lunedì 23 febbraio 2015

Tatuaggi botanici




Voglia di primavera, voglia di tattoo!!!



Fiori, bacche, uccelli, semi e insetti… dettagli botanici e naturalistici: il corpo come un erbario.





mercoledì 18 febbraio 2015

Il cachi dello scienziato Edoardo Perroncito su Giardino Antico


È in edicola Giardino Antico 37 e a pagina 91 torna puntuale l’appuntamento con la mia rubrica l’Albero Maestro: non il solito gigante verde che ci si aspetterebbe, ma un albero che arriva da lontano, che racconta le peculiarità del gusto dei giardini del primo dopoguerra e, soprattutto, che ha condiviso la sua dimora con Edoardo Perroncito, illustre scienziato astigiano a cui si deve il rimedio per una grave patologia che colpiva gli operai della galleria San Gottardo.

Questo speciale Albero Maestro è un cachi o kaki (Diospyros kaki dal greco “diós” e “pyrós” ovvero “frutto degli dei”), una delle più antiche piante da frutta coltivate dall'uomo. Originario della Cina centro-meridionale, arriva in Inghilterra nel 1796 sulla nave del direttore inglese del Giardino Botanico di Calcutta; da qui si diffonde lentamente nel resto d’Europa e in America a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. Il primo esemplare di cachi fu piantato in Italia nel 1871 nel Giardino di Boboli a Firenze, ma la sua diffusione a più ampio raggio si registra nell’immediato primo dopoguerra arrivando anche nel giardino di Edoardo Perroncito, all’epoca riconoscibile per la sua “esoticità”.


Arroccato su una collina del nord astigiano, tra cascinali e cortili attrezzati al lavoro contadino dove fiorivano solo pochi vasi di gerani e petunie in estate, fiori da taglio vicino all’orto e qualche cespuglio di rosa, il giardino del dottore era una rarità già per il semplice fatto di essere un giardino, con un alto muro di cinta che si affaccia sulla piazza del paese e dal quale si intravedo, insieme al cachi, le fronde delle palme di San Pietro presenti all’epoca solo nelle “ville” delle famiglie benestanti e nella corte del castello.


Edoardo Perroncito
Edoardo Perroncito (Viale 1847, Pavia 1936)fu medico veterinario, patologo e parassitologo. Ultimati gli studi secondari ad Asti, vince un concorso per un posto gratuito alla Regia Scuola Superiore di Medicina Veterinaria di Torino e si laurea ad appena 20 anni. Da subito si impegna nella ricerca e nel 1880 raggiunge il suo traguardo più importante, quello che lo consacra a scienziato di fama internazionale e a benemerito dell’umanità: trova il rimedio per combattere una grave patologia parassitaria (l’Anchilostomiasi) che falcidiava i minatori con gravi anemie. Allo stesso tempo non dimenticò mai il suo paese natale come testimoniano le numerose foto che lo ritraggono in visita e il suo impegno in campo sociale negli anni in cui ricopre l’incarico di sindaco e di podestà.

lunedì 16 febbraio 2015

Crochi, belli per sopravvivere



Foglie sottilissime che a malapena si distinguono dai fili d’erba, vivaci e mai chiassosi come tutte le specie endemiche, i crochi, un tempo spontanei nei prati e nelle vigne, resistono ancora nei pascoli di montagna dove la bellezza è una necessità. Il loro aspetto è infatti un concentrato di escamotage per sopravvivere alle condizioni estreme d’alta quota: inverni lunghi e rigidi, estati brevi e siccitose con grandi sbalzi termici tra il giorno e la notte, venti forti.

Ecco allora che i crochi, come le genziane e altri fiori di montagna, sono bassi, hanno fiori sproporzionatamente grandi e dai colori vivaci per attirare gli insetti impollinatori e sono capaci di compiere l’intero ciclo vegetativo in tempi molto rapidi rispetto a specie che vivono in climi più miti: fioriscono quando ancora la neve non si è sciolta del tutto e nel giro di pochi mesi scompaiono nuovamente al calduccio sotto terra.


Tra le tantissime varietà botaniche di crochi ce n’è una particolarmente apprezzata da cuochi e gourmet, il Crocus sativus, vale a dire il croco da zafferano.

In giardino o in un vaso per il davanzale esterno della finestra, si possono abbinare ai crochi denti di cane, scille e tutte le specie che li accompagnano allo stato spontaneo.

La posizione più adatta per coltivare i crochi è a est, con sole al mattino, oppure sotto le chiome di alberi e arbusti, insieme a bucaneve e ciclamini bianchi e fucsia, o tra le pietre di un giardino rocciosoPer un angolo verde dallo stile romantico e un po’ british si può pensare di sistemare nelle aiuole dedicate alle piante primaverili qualche campana di vetro, da rimuovere nelle ore centrali e più calde della giornata, per proteggere le specie più sensibili al freddo o per incoraggiare qualche bulbosa che inizia a sbucare dal terreno a fiorire.

A differenza di altri bulbi, come quelli di narcisi e tulipani, le cipolle dei crochi interrate in autunno si lasciano sotto terra dove si moltiplicano e si propagano. I crochi vogliono un terreno leggero e sabbioso e, non a caso, gli zafferaneti si trovano in terreni collinari, spesso al posto dei vigneti.

mercoledì 4 febbraio 2015

Terrarium, giardini in vaso



Il Terrarium è un ecosistema in miniatura racchiuso in un vaso di vetro che può essere sigillato, e aperto una volta a settimana per la manutenzione delle piante e per far fuoriuscire l’eccesso di umidità, o privo di coperchio.


Quello chiuso permette di creare un microclima di tipo tropicale, luminoso, caldo e umido, perfetto per muschi, orchidee e felci. La luce, indispensabile alle piante per la fotosintesi clorofilliana, filtra attraverso il vetro, scalda l’ambiente interno e fa evaporare l’umidità sprigionata dal suolo e dalle piante che si condensa sulle pareti di vetro e ricade nuovamente sul micro-giardino.

Quelli aperti sono invece più adatti per piante da clima secco come le succulente.



Il primo Terrarium pare essere nato un po’ per caso nel 1842 e in breve la moda si è diffusa rapidamente nell’Inghilterra vittoriana evolvendosi da piccoli giardini a veri e propri paesaggi in miniatura come questi presentati da TerrariumArt alla scorsa edizione di Orticolario.