venerdì 7 luglio 2017

Saie, falaj e pozzi: riserve idriche in giardino

 
L’acqua è preziosa. Ma ce ne siamo dimenticati e ci balena l’idea geniale di conservare quella piovana solo quando non ne vediamo una goccia da mesi. Poi arriva la pioggia e sbuffiamo perché il brutto tempo stufa subito.

E allora, tra i buoni propositi del prossimo trasloco {cambio casa, ma non giardino} c’è quello di ripristinare il pozzo scoperto per caso ripulendo la zona più selvaggia del giardino. Una cisterna per l’acqua piovana in realtà. È a metà collina. Qui tutto era vigneto e con pazienza i contadini tracciavano solchi lungo i pendii erbosi per convogliare l’acqua piovana in pozzi di cemento a filo del terreno. Era una campagna povera, l’unico motore erano le braccia e non c’erano trattori per trasportare cisterne d’acqua. Se volevi irrigare dovevi fare in modo di avere l’acqua sul posto. La fatica dovevi già farla per tirare su l’acqua dal pozzo con pompe manuali, secchi e carrucole.

 
Più comodo sarebbe avere le saie. Vere e proprie opere di ingegnerie idraulica ancora utilizzate in Sicilia, Marocco e penisola arabica (falaj in Oman).


Il principio è quello degli acquedotti romani, ma proposto in piccola scala: muretti in pietra o cemento con una canalina sulla sommità nella quale scorre l’acqua destinata all’irrigazione di frutteti, orti e giardini. Qualcosa di simile lo vediamo in montagna con i ru, i canali in pietra costruiti per deviare l’acqua dei torrenti.
 
Foto Alessandria Garau- theescapediaries.com e via Pinterest

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